Capezzone: Il vero costo della politica e il più grave privilegio di casta da cinquant'anni è la non-decisione

L’intervento di Daniele Capezzone alla Scuola di formazione politica di Orvieto
1. Il vero “costo della politica” e il più grave “privilegio di casta” da cinquant’anni: la non-decisione.
Il vero “costo della politica”, il vero “privilegio di casta”, nella cosiddetta “prima Repubblica”, è stata la non-decisione. Per ragioni anche comprensibili, a partire dall’ombra lunga della dittatura che era appena alle spalle, la Costituente del ’46-’48 elaborò un compromesso che, sul piano della forma di Stato e della forma di governo, era soprattutto segnato dalla paura di un “decisore” forte. Ne scaturirono (io dico: purtroppo) un’opzione iperparlamentarista, il rifiuto delle formule istituzionali più classiche proprie delle maggiori democrazie occidentali, e il no secco (anche con reazioni furiose!), alla coraggiosa linea di chi, come Piero Calamandrei, indicava la chiarezza e la linearità della soluzione presidenzialista.
Nel corso dei decenni, si è così radicato un sistema contraddittorio, un pericoloso mix di instabilità dei governi (che duravano in media un anno) e di stabilità della partitocrazia (parola coniata - pensate - nel 1949 dal grande Giuseppe Maranini, in un illuminante e mai abbastanza riletto discorso su “Governo parlamentare e partitocrazia”, appunto). Insomma, per un verso, debolezza e “vuoto” istituzionale; e, per altro verso, il “pieno” dei partiti.
Questa tendenza alla “non decisione” ha prodotto effetti devastanti: un iter legislativo infinito e spossante, la grande difficoltà di inserire nel sistema cambiamenti forti, un contributo alla progressiva delegittimazione della politica. Da questo punto di vista, fra le cose che abbiamo letto sui giornali a proposito dei dialoghi in corso per definire bozze e proposte di riforme istituzionali, forse la parte più importante sta proprio qui, nell’attribuire al Governo un “potere di agenda”: chiedere e ottenere dal Parlamento tempi certi e binari veloci per i propri disegni di legge, senza dover fare ricorso meccanico alla tagliola della fiducia o al vagone blindato dei decreti legge.
Consentitemi ora, proprio per introdurre problematicamente gli interventi che seguiranno, una considerazione storica, una politica, una sociale (meglio ancora: sullo stato emotivo del Paese), ed una tecnica, ed infine anche una piccola valutazione personale.
2. Considerazione storica: non archiviare il meglio della seconda Repubblica, cioè i governi scelti dai cittadini. Il valore della democrazia e il rischio di una “rivincita di Sparta su Atene”.
Storicamente, rispetto a questo scenario ostile alla decisione, la cosiddetta “seconda Repubblica” ha avuto almeno due grandi meriti: per un verso, quello di tentare di togliere la scelta dei governi ai partiti per ridarla ai cittadini (sia pure con l’escamotage del nome del candidato Premier scritto sulla scheda) e, per altro verso, quello di favorire la semplificazione del quadro politico nella forma di un netto bipolarismo (sia pure con caratteri troppo primordiali e rissosi, con coalizioni più adatte a vincere che a governare). Guai se ora dovessimo accettare un ritorno al passato come sigillo della stagione politica che si sta per aprire, archiviando il bipolarismo e restituendo ai partiti potere di vita e di morte sui governi.
Di più: occorre rianimare lo stesso valore di democrazia. La nostra Europa, ad esempio, è in crisi proprio perché non è percepita come una cosa legata ai cittadini, perché molte sue istituzioni vivono in forme non popolari e tendenzialmente a-democratiche. Guai se ci adattissimo all’idea che i cittadini non debbano disturbare il manovratore. E guai se l’unico confronto, in futuro, fosse tra tecnocrazie da una parte e minoranze urlanti e violente dall’altra. Sarebbe una pericolosa rivincita postuma di Sparta su Atene, e l’ammissione che il nostro tempo non possa sopportare i “costi”, le “fatiche”, ma anche le opportunità, delle procedure democratiche. In questo senso, proprio rispetto alla cornice europea in cui il tema italiano si inserisce, mi parrebbe essenziale recuperare lo spirito del Manifesto di Ventotene, la grande lezione di Rossi, Spinelli e Colorni, e rilanciare l’urgenza del federalismo europeo, e di istituzioni comunitarie che siano legittimate in senso democratico e popolare. Tutto ciò le renderà più forti, e renderà più capaci di interlocuzione con Bruxelles anche le singole istituzioni nazionali dei Paesi membri.
3. Considerazione politica: la stagione tecnica è un’occasione. Ma attenzione a uno scenario basato su un centro tecnico-politico, con ai lati due forze anti-sistema.
Una considerazione politica. Per le ragioni illustrate all’inizio, la stagione tecnica è certamente un’occasione di rigenerazione e di ripensamento di sé per i partiti. Ma, se guardiamo ai tempi medi (se guardiamo al 2018 più ancora che al 2013), occorre evitare che il futuro dell’Italia sia consegnato a un centro a guida tecnocratica (con il centro politico gregario rispetto alla guida tecnica, e i due partiti maggiori ancora più gregari, in una specie di matrjoska), con ai due lati due forze non governanti ma di demagogia estremista (la Lega a destra, Vendola-Di Pietro a sinistra).
Lo ripeto ancora: è vero che i due partiti maggiori devono ripensarsi e rigenerarsi, cercare nuove proposte e nuove “chiavi”, ma anche il modello istituzionale e la conferma dello schema bipolare (ovviamente in termini più limpidi e meno confusi) possono aiutarli a ricandidarsi presto e con credibilità alla guida del Paese. Altrimenti, in assenza di ciò, sebbene all’orizzonte si intravveda ancora poco, non si può escludere che, a un certo punto, proprio dall’area cosiddetta tecnica, spunti un “uomo nuovo” (o “semi-nuovo”) che avrà buon gioco a denunciare le incertezze dei partiti maggiori, costringendoli al ruolo gregario di cui parlavo, e a denunciare l’inaffidabilità delle forze anti-sistema, proponendosi di perpetuare in tempi indefiniti la supplenza tecnocratica.
4. Considerazione sociale: l’accordo sulle riforme istituzionali come cartina-tornasole delle ritrovata credibilità dei partiti. Altrimenti, quella bozza diverrà il bersaglio più comodo delle demagogie anti-politica e anti-casta.
Su questa considerazione politica si innesta anche una considerazione sociale, o, come dicevo, sullo stato emotivo dell’elettorato. L’accordo sulla riforma istituzionale ha una grande carica di rischio e di opportunità, e sarà una cartina tornasole della maturità dei partiti maggiori e della loro candidatura a ritrovare credibilità e ascolto. Se sarà un accordo al ribasso, diverrà l’incarnazione stessa del “male” contro cui si scateneranno le demagogie anti-casta (avremo la polemica sul “Porcellum” elevata al quadrato e al cubo, e scagliata con violenza ancora maggiore contro i partiti); se invece produrrà una intesa forte e di alto livello, sarà la certificazione del fatto che i partiti maggiori hanno cose da dire per il futuro del Paese e possono candidarsi a guidarlo, sfidando le demagogie. Ecco perché occorre volare altissimo ed evitare il bricolage, a mio personale avviso.
Al contrario, un anno di discussioni sterili e di litigi, magari su questioni tecniche di piccolo cabotaggio, sarebbe devastante per la politica. A maggior ragione mentre i tecnici operano sull’economia: lo spettacolo sarebbe mortale per la politica, con una sorta di distinzione tra i tecnici “seri” che si occupano del Paese, e i “soliti” politici che invece discutono di cose incomprensibili. E ancora a maggior ragione se, alla fine, la riforma venisse approvata con maggioranza dei 2/3, e quindi non fosse sottoponibile a referendum confermativo. L’eventuale combinato disposto di queste possibilità costituirebbe un altro spot, anzi un megaspot, per l’antipolitica montante.
5. Considerazione tecnica: chi avrà il potere di sciogliere le Camere? Rischi della sfiducia costruttiva.
Permettetemi anche una considerazione tecnica. In questi anni, dal ’94 in poi, tra le tante questioni che sono venute alla luce, sono rimasti irrisolti due nodi cruciali: il dualismo costituzionale tra Quirinale e Palazzo Chigi, e - conseguentemente - la titolarità del potere di scioglimento delle Camere. Occorre fare chiarezza su questi punti. La cosa migliore sarebbe elidere il dualismo, come accade in America o in Inghilterra, o quanto meno sovraordinare in modo chiaro una delle due figure, come accade nel modello francese. Perciò, occorre evitare che il potere di scioglimento delle Camere finisca per funzionare come un grimaldello per scardinare il sistema e indebolire il governo: a mio avviso, quindi, se non avremo un modello classico come quelli americano o inglese o francese (adottati nella loro interezza), occorre quanto meno che la figura del Premier possa decidere (e non solo chiedere) lo scioglimento delle Camere. In questo senso, consentitemi una mia personalissima antipatia per il meccanismo della sfiducia costruttiva, di cui pure riconosco la funzionalità in talune circostanze: ma è ben difficile negare che essa, in concreto, possa risolversi in una “legalizzazione dei ribaltoni”, e in una fonte di trappole e trabocchetti per rovesciare nel palazzo ciò che gli elettori hanno deciso nelle urne.
6. Una valutazione personale.
Ho appositamente omesso un tema che non è oggetto della discussione di oggi, e cioè la questione rovente della legge elettorale. Comunque la si pensi (e non posso negare di essere personalmente un convinto sostenitore dei meccanismi maggioritari, fortemente bipolarizzanti e addirittura bipartitizzanti), mi pare essenziale non trascurare il valore aggregante di taluni sistemi, come ad esempio quello spagnolo, che, pur essendo proporzionale, garantisce la governabilità, valorizza le forze maggiori, e tutela anche le formazioni territoriali e locali. Quanto alla vexata quaestio delle preferenze, è evidente che il meccanismo dei “nominati” è indifendibile, ma proprio il modello spagnolo, con le sue liste cortissime, offre una soluzione efficace al problema. Non si vede perché dovremmo andare in controtendenza rispetto a quasi tutto il mondo occidentale, e ripristinare qui, insieme alla corsa alle preferenze, anche l’esplosione dei finanziamenti illegali, le cordate correntizie, e altri ben noti mali. E’ curioso notare come le mode cambino, ma la demagogia resti: nel ’92-‘93 moda e demagogia andavano contro le preferenze, mentre oggi - con la medesima carica qualunquista e antipolitica - vanno nella direzione opposta. Una ragione di più per tenere la barra dritta su soluzioni classiche e lineari.
Permettetemi una valutazione personale. Il Pdl ha certamente l’esigenza di darsi un profilo più distinguibile sul piano dei contenuti, tema ripetutamente - e a mio avviso molto giustamente - posto da Angelino Alfano. Perché non tentare di selezionare alcuni temi forti su cui investire politicamente da qui al 2013? E’ evidente che la parte del leone deve andare ai temi economici e sociali (io dico i miei: da un lato banche e credito, e dall’altro le tasse, recuperando il tema della necessaria riduzione della pressione fiscale). Ma un altro tema può essere proprio di carattere istituzionale: il presidenzialismo. Vi è una proposta (la proposta Calderisi) che è stata sottoscritta da un numero elevatissimo di nostri parlamentari. Perché non metterla al centro della nostra iniziativa sulle riforme, insieme ad un pacchetto di grande riforma della politica, che investa anche la riduzione del numero dei parlamentari e un cambiamento profondo dei meccanismi di finanziamento della politica? Una cosa che tutti possano capire e fare propria, che rianimi i nostri elettori, e che ci rimetta in comunicazione con gli elettori indipendenti e indecisi. Verso il 2013, il nostro problema, a mio avviso, non deve esser quello di aver paura di una sconfitta, che secondo me non ci sarà. Dobbiamo piuttosto aver paura di non avere un profilo nettamente distinguibile.
