Sacconi: Riforma del lavoro deludente, un passo indietro dopo 15 anni
La lettera di Maurizio Sacconi, deputato del Pdl ed ex ministro del Welfare, al Corriere della Sera di martedì 11 aprile 2012

Caro Direttore,
nel momento di inizio dell’esame parlamentare del complesso disegno di legge sulla controversa materia del lavoro, può essere utile chiarire ancor più uno dei punti di vista. Quello di coloro che tanto hanno sostenuto l’annuncio di una riforma coerente con le univoche indicazioni europee e degli istituti internazionali, quanto sono rimasti delusi dall’esito complessivo del lungo negoziato. Essi sono arrivati a condividere per mesi con il Governo la faticosa esposizione mediatica in materia di licenziamenti nell’affida’mento di una linea ferma e di un veicolo normativo veloce, convinti di assorbire il danno del messaggio ansiogeno con il vantaggio della maggiore occupazione.
A differenza dei precedenti provvedimenti, il Governo è stato invece costretto ad un processo decisionale lento ed asimmetrico nella ricerca del consenso. Al punto che le posizioni iniziali si sono rovesciate. Esprime soddisfazione la Cgil, il cui veto è stato premiato, dissentono le imprese. La proposta del Governo compensa infatti una incerta - e perciò inefficace flessibilità "in uscita" non solo con una maggiore sicurezza, ma anche con una diffusa rigidità "in entrata". Diventano scoraggiate le forme di impiego a termine, spesso prive di alternative con la sola eccezione del sommerso, rimangono scoraggiate le assunzioni a tempo indeterminato in assenza di certezze sui tempi e modi di risoluzione del relativo rapporto.
Ma ancor peggiore delle singole disposizioni è il "mood" complessivo del disegno di legge che ne rende difficile l’aggiustamento. Esso trasuda in ogni sua parte - anche quando vorrebbe favorire l’impresa nelle sue esigenze organizzative o capacità formative - diffidenza ed ostilità verso i datori di lavoro. Si assumono a riferimento comportamenti patologici, anche estremi, e si impongono in conseguenza vincoli, adempimenti, sanzioni, oneri con una implicita minaccia di intense ispezioni formalistiche. La stessa modifica dell’articolo 18, in quanto viziata dalla complessità delle disposizioni e dalle assolute incertezze giurisprudenziali, non determina da sola una, per quanto timida, giusta direzione di marcia. Diventerebbe, in questi termini, il primo provvedimento dal saldo regressivo dopo quindici anni positivamente segnati dalla legge Treu, alla legge Biagi alle numerose misure del recente triennio dalla volontà di liberare, poco o tanto, l’impresa dall’atavica inibizione ad assumere. Persino il governo Prodi, nonostante la ingiusta campagna contro la legge Biagi, non se la sentì di correggerne significativamente le flessibilità che tanta occupazione regolare stavano agiungendo.
II presidente Monti e il ministro Fornero hanno certamente operato in condizioni istituzionali, politiche e sociali difficili nella materia più segnata dal nostro particolare novecento ideologico. Ora, tuttavia, dovrebbero ascoltare con umile attenzione le ragioni delle imprese, confermate dai consulenti del lavoro e da molti giuristi, in quanto la posta in gioco è alta ed unisce credibilità internazionale con quella propensione ad investire ed assumere che solo le imprese stesse possono garantire. Dichiarandosi disponibili a condurre l’esame parlamentare - già in sé pericoloso per il tempo pre-elettorale e la complessità della materia usualmente mediata da deleghe - non tanto a correzioni marginali ma ad una complessiva ripulitura da tutto ciò che costituisce freno al lavoro. Se, al contrario, si chiuderanno in una arrogante presunzione di autosufficienza, potranno avere anche il voto del Parlamento ma non riceveranno quello immediato dei mercati e quello di una società che, almeno a posteriori, imputerebbe loro l’ulteriore, probabile, rattrappimento occupazionale.
