Giovanardi al Foglio: Il problema non è se far sposare i gay, ma come evitare discriminazioni
Lettera a ''Il Foglio'' del 26 maggio 2012

Pierluigi Battista ha scritto sul Corriere della Sera che l’introduzione nel nostro ordinamento del matrimonio gay non è una minaccia per la nostra società e per le nostre istituzioni.
Ma è proprio così? Lasciamo in questa sede da parte ogni considerazione di tipo teologico-religioso e partiamo dalla nostra Costituzione laica e repubblicana e dai nostri ordinamenti civili.
La Costituzione come è noto definisce la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio, fra uomo e donna, come ha sottolineato più volte la Corte Costituzionale.
Basta andare a leggersi gli atti della Costituente per rendersi conto che tutti i padri costituenti, di ogni orientamento politico e culturale, non si erano posti il problema se la società naturale potesse essere fra uomo e uomo o donna e donna: non aggiunsero la dizione matrimonio fra uomo e donna perchè non passò loro neanche per l’anticamera del cervello l’idea
che qualche decennio dopo il diritto naturale sarebbe stato messo in discussione.
Entriamo poi in qualsiasi municipio italiano e sentiamo il sindaco formulare la domanda di rito: "Signor Romeo intende prendere in moglie la qui presente Giulietta?" "Signora Giulietta intende prendere come marito il qui presente signor Romeo?", e dopo averli uniti in matrimonio leggere fra gli altri l’art, 147 del codice civile che recita "il matrimonio impone ad ambedue i coniugi l’obbligo di mantenere istruire ed educare la prole...".
Nella formula canonica del matrimonio cattolico il celebrante chiede agli sposi "siete disposti ad accogliere responsabilmente e con amore i figli che Dio vorrà donarvi ed educarli?" Queste formule sottintendono tutte una realtà evidente propria della
natura: le donne possono partorire figli, gli uomini no, le donne (le mamme) hanno spiccatamente sviluppato "l’istinto materno" mentre l’uomo nella società naturale (famiglia) ha sempre giocato un ruolo altrettanto essenziale anche se diverso.
Ma che senso ha unire in matrimonio due persone dello stesso sesso che in natura non possono generare figli tra di loro?
E quindi non possono svolgere una importantissima funzione sociale assegnata dalla Costituzione solo alla famiglia e al matrimonio fra uomo e donna.
E’ evidente, e su questo punto le associazioni gay più radicali sono coerenti, che il matrimonio è soltanto il primo passo per rivendicare il diritto a far intervenire terze persone che mettono a disposizione (a pagamento?) il loro materiale genetico per rendere possibile la gravidanza ad una delle due donne o per permetterne l’acquisto dei fattori della produzione agli sposi uomini. Se si guarda con attenzione il caso del famoso cantante inglese Elton Jhon e del compagno-marito, si può constatare che il bambino che hanno ordinato si ritrova con cinque genitori: una giovane studentessa (bella, bianca, giovane ed intelligente) da cui è stato acquistato l’ovulo; un uomo (bianco, sano, bello ed intelligente che ha fornito il proprio seme); una
amica (come dichiarato da loro) che ha accolto l’embrione e ha portato a termine la gravidanza ed infine i due committenti.
Sarebbe interessante sapere, nel caso di specie , in caso di separazione, di chi risulterebbe essere figlio l’adottato. Di certo in tutti i casi di matrimonio gay i figli verrebbero privati del loro sacrosanto diritto di conoscere chi siano i loro genitori. Ma lasciamo perdere la pur grandiosa questione dei figli e della "discriminazione" che la natura impone fra chi li può generare e chi
no.
Veniamo all’altro argomento, quello della ricerca di un equilibrio tra l’art.3 della Costituzione: "Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali", e gli arti 27 e seguenti dedicati al matrimonio, che il costituente ha voluto porre in una
situazione privilegiata. Tra i 60 milioni di italiani, titolari degli stessi diritti e le famiglie fondate su matrimonio, la Cassazione e la Corte Costituzionale hanno riconosciuto il ruolo di formazioni sociali nelle più svariate composizioni, che non devono vedere i loro componenti subire discriminazioni di sorta.
E qui il discorso si fa molto, molto complesso, perché è difficile sostenere che chiunque viva sotto lo stesso tetto in una situazione di coppia (Uomo con donna, uomo con uomo, donna con donna, zia con nipote, amici e studenti, vedove che dividono case e spese) solo per questo possa godere di più diritti rispetto a chi è talmente sfortunato da ritrovarsi magari anziano malato e solo (ce ne sono milioni in Italia) Quando, per esempio Battista fa riferimento all’istituto della reversibilità,
già in crisi, per il fenomeno dei "vecchietti" che sposano giovani badanti, dimentica che storicamente si è trattato di far fronte a situazioni di coetanei sposati, nelle quali di solito l’uomo lavorava, la donna curava la casa e i figli e rischiava l’indigenza dopo una vita di lavoro al servizio della famiglia.
Ma in una società sempre più liquida e con sempre meno risorse disponibili quale Ministro dell’economia potrà allargare il principio della reversibilità a chiunque viva in coppia? Il problema vero allora non è quello del matrimonio fra persone dello
stesso sesso ma garantire loro quelle eventuali modifiche al codice civile,relative ad eventuali discriminazioni di cui si sentono vittime. In questa direzione si è mosso l’ordine nazionale dei Notai con una proposta intelligente che merita di essere approfondita e valutata con attenzione in sede parlamentare.
Sen. Avv. Carlo Giovanardi
Responsabile politiche per la famiglia PDL
