La Loggia: La Sicilia ha le risorse, ma le tiene nel cassetto

L'intervento del deputato del Pdl e Presidente della Commissione Parlamentare per l'Attuazione del federalismo fiscale

EnricoLaLoggia

L’attuale crisi economica che ha investito l’Eurozona non ha avuto solo il demerito di determinare una situazione che vede gran parte dei cittadini europei compiere molti sacrifici per il risanamento dei conti pubblici, ma anche quello di creare una nuova terminologia del ‘pessimismo finanziario’ atta a definire situazioni non proprio rosee. Uno dei neologismi più gettonati del momento, soprattutto nel nostro paese, è senza dubbio ‘Grecia’. Un termine ormai dal significato ambivalente, utilizzato da molti per indicare sia la nazione ellenica che la drammatica situazione economica che essa sta attualmente vivendo. A tal punto che una domanda sorge quasi spontanea: l’Italia è un’altra Grecia? Oppure all’interno del nostro paese si nasconde qualche piccola enclave che vive la medesima situazione del paese ellenico? Non bisogna andare troppo lontani per trovare la risposta a questa domanda. Basta, infatti, prendere in considerazione il caso Sicilia, una regione gestita sul modello Grecia e che come quest’ultima rischia di finire se non si metterà presto un freno allo scempio economico che il Governo regionale sta compiendo.

Un esempio? La spesa per il personale della Regione è di circa un miliardo e 600 milioni all’ anno. Cito i dati ufficiali, e dunque ancora più precisi, della Corte dei Conti: un miliardo e 595 milioni all’ anno, cioè 316 euro annui a cittadino. Davvero tanti se si pensa che in Lombardia la spesa si ferma a 201 milioni, pari a 20 euro a cittadino e in Campania si arriva al massimo a 369 milioni, che pesano sulle tasche di ogni abitante per 63 euro all’ anno. Ma le spese folli non si fermano qui. I mutui contratti senza limiti negli ultimi anni costano 834 milioni all’ anno fra rimborso e interessi, mentre, al contrario, i fondi europei sono rimasti inutilizzati e difatti restano nei cassetti. Di questi sono stati impegnati, infatti, appena il 40% delle risorse ma i soldi effettivamente spesi sono solo il 14%. Puglia e Basilicata, con il 17 e 24%, hanno fatto meglio della Sicilia. E se guardiamo al fondo sociale, destinato a incentivare il lavoro, la Sicilia ha speso appena il 5%. Peggio di noi ha fatto solo la Campania, mentre la Calabria ha speso il 20% delle somme a sua disposizione, così come la Puglia, e la Basilicata è arrivata al 28%. Teniamo le risorse vere nei cassetti e poi stipuliamo mutui senza sosta che ci costano 834 milioni all’ anno fra rimborso e interessi. Regioni come la Lombardia spendono per i mutui non più di 200 milioni all’ anno.

Cifre impressionanti che fanno riflettere, perché se la Sicilia in questi anni avesse utilizzato queste risorse per lo sviluppo, invece di pagare precari e migliaia di dirigenti spesso inadeguati ai compiti loro affidati, oggi ci sarebbe del lavoro vero. Invece si preferisce andare avanti con precari e consulenti, cioè con assunzioni di tipo clientelare. Questo si riflette su molte altre voci che testimoniano politiche fallimentari. Se guardiamo alla spesa corrente, che non produce crescita, sempre secondo la Corte dei Conti, la Sicilia è a quota 14,9 miliardi all’ anno. Una cifra che pesa per 2.949 euro sulle spalle di ogni siciliano. La Campania non supera gli 11,7 miliardi e ciò costa mediamente mille euro all’ anno in meno ai campani. In Toscana ci si ferma invece a 7,9 miliardi.

Per farla breve, quella della Sicilia è una vera e propria emergenza, causata da una cattiva conduzione politica, sia governativa che parlamentare, e aggravata negli ultimi anni dal Governo peggiore mai stato eletto fino ad oggi. Se la Sicilia si presenterà a Roma con questi dati non potrà avere le carte in regola per chiedere allo Stato il necessario sostegno per superare l’ emergenza. Non basta, però, limitarsi a denunciare una situazione allarmante. Servono soluzioni concrete e immediate.
Questi dati non solo dimostrano che bisogna puntare sul risanamento dei conti, ma che esiste anche l’ esigenza di rastrellare tutte le risorse disponibili, soprattutto tagliando gli sprechi. Il tutto per spingere settori come il turismo, i beni culturali e l’ ambiente che a loro volta necessitano di infrastrutture e servizi. Bisogna discutere prima di tutto su come salvare la Sicilia. Serve uno scatto d’ orgoglio, un radicale cambiamento di mentalità e della classe politica. E se questo sarà il metodo, se ci sarà un’ assunzione di responsabilità, io ci sono. Sento il dovere di mettere l’ esperienza e la faccia al servizio della mia terra.

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