Alfano: Abolire l'Imu e poi ridurre le tasse

L'intervista al Corriere della Sera del 6 agosto 2012

ALFANO ORVIETO

Angelino Alfano, secondo lei l’Italia può riuscire a evitare un aiuto europeo?
«Pochi giorni fa, il Corriere ha pubblicato un’analisi dei professori Alesina e Giavazzi (ribadita dal professor Giavazzi) che ho molto condiviso. Sottolineava l’esigenza di difendersi con le proprie forze. La proposta di attacco al debito pubblico presentata dal Pdl serve proprio a questo: a farcela da soli e insieme a ridare respiro all’economia. Possiamo e dobbiamo farlo. Vogliamo realizzare uno scudo tutto italiano. Questo renderà più forti e più credibili le nostre sacrosante richieste di modifica dello Statuto della Bce».

Ma se la fase di incertezza continua, alla fine dovremo ricorrere allo scudo anti-spread?
«Io penso di no. Intanto, serve un’operazione verità. Per mesi, è circolato il grande inganno per cui sarebbe bastato un passo indietro di Berlusconi per risolvere i problemi del Paese. Il problema è e resta l’incompiutezza dell’attuale Europa, che lascia spazio agli eccessi di rigidità di una Germania che rischia di essere sempre più forte, ma in un panorama di ruderi. Siamo in guerra, anche se non sentiamo il rumore delle bombe. Occorre riprendere tutto dalle radici più profonde: la vera risposta è quella di realizzare al più presto una piena unità europea (politica, economica, finanziaria, fiscale), accompagnata da un radicale cambio di missione della Bce, che la trasformi in un soggetto prestatore di ultima istanza».


Ma se si arrivasse alla firma di un memorandum quali conseguenze politiche ci sarebbero? C’è il rischio di un commissariamento della politica da parte di Bruxelles?
«Se si tratta di confermare impegni già assunti, nulla quaestio , si può fare. Ma se invece qualcuno pensa di farci l’esame del sangue, o di metterci sotto tutela, si sbaglia».


Pensa che il governatore della Bce abbia fatto tutto il possibile? Che si aspetta da Francoforte?
«In queste settimane, la sua opera è stata assolutamente positiva e direi straordinaria per qualità e tempismo. Il problema è che si è dovuta svolgere nei limiti del mandato attuale: figuriamoci quale efficacia ancora maggiore si sarebbe potuta riscontrare con un mandato più adeguato. Ci si rende conto che tante riforme di questi ultimi 10 mesi non hanno abbassato lo spread ed è invece stata sufficiente una dichiarazione di Draghi per abbatterlo drasticamente? Cos’altro ci vuole per far capire che la questione è proprio quella della missione della Bce?»


Dopo Grilli anche Catricalà parla di taglio del debito per 15-20 miliardi l’anno. Il suo progetto di dismissioni per un ammontare di 400 non è troppo ambizioso?
«Guardi, ho una grande stima per Antonio Catricalà. E, se fossi al suo posto, anch’io inviterei alla cautela. Ma questo è il momento in cui siamo chiamati ad avere più ambizione e coraggio. Stiamo curando il sintomo, cioè lo spread, ma ora occorre curare la malattia, la montagna del debito. Ci sono tutte le condizioni per avviare con decisione una terapia-choc, un grande progetto di abbattimento del debito, facendo dimagrire lo Stato e non i cittadini. Il nostro piano si ispira al lavoro dei professori Forte, Savona e Masera. Si tratta della valorizzazione di alcuni asset pubblici non strategici. È un’operazione che può portare il rapporto debito/pil sotto quota 100%. Lo strumento è un grande fondo al quale conferire beni immobili e anche alcuni beni mobili. Avremmo anche disponibili somme per dare respiro all’economia, abolendo l’Imu sulla prima casa e avviando un percorso di riduzione della pressione fiscale per tutti».

Dove la trovereste la copertura per abolire l’Imu?
«Con un simile choc positivo, e cioè un abbattimento del debito da 400 miliardi, si possono fare molte cose. Primo: come dicevo, portare il rapporto debito/Pil sotto quota 100%. Secondo: ottenere una immediata riduzione della spesa per interessi. Su queste basi, sarebbe possibile avviare immediatamente una riduzione della pressione fiscale».

Pensa davvero che si possano ridurre le tasse? Prometterlo, in queste condizioni, non è un pericoloso, o se vuole logoro, slogan demagogico?
«Ma quale slogan? È vero il contrario: con una pressione fiscale al 55% non c’è economia al mondo che possa ripartire. Vede, sta qui la contrapposizione con il Pd. La scorsa settimana, la conferenza di Bersani e la mia hanno avuto un merito: quello di rendere chiare due visioni contrapposte. Loro come partito "tassa e spendi", noi come partito del "meno debito e meno spesa per ottenere meno tasse". So che c’è nervosismo del Pd su questo punto, ma hanno uno schema mentale che si ripropone sempre uguale a se stesso: l’intervento sulla ricchezza privata».


Ma quale sarà il vostro programma elettorale?
«Mi spiego con due esempi. Primo: rivendichiamo un successo passato quasi sotto silenzio e che invece è il manifesto dell’Italia che vorremmo. Abbiamo ottenuto per le piccole e medie aziende (con un fatturato fino a 2 milioni di euro) l’Iva di cassa. È una boccata di ossigeno decisiva, smetteranno di dover pagare al momento di emettere fattura, potranno farlo al momento dell’incasso: una rivoluzione. Secondo: ora, se hai un credito verso la pubblica amministrazione, puoi renderlo "bancabile", oppure compensarlo con un debito fiscale. Lo proposi io. Prima alcuni leader politici spiegarono che non si poteva fare, poi hanno fatto finta di essere tutti padri della novità. Ecco: siamo stanchi delle chiacchiere, tutto il programma sarà di obiettivi concreti e realizzabili».

C’è ancora incertezza: chi sarà il vostro candidato? 
«In tanti, io per primo, insistiamo perché Berlusconi sciolga la riserva e si renda disponibile. Facciamo appello al suo senso di responsabilità nei confronti del partito che ha fondato e al suo amore per l’Italia. A me pare che la sinistra abbia già una certa preoccupazione».

Si arriva alla fine della legislatura? 

«Io lavoro per questo, per dare un senso ai prossimi sei mesi. Se partisse il nostro piano di attacco al debito, sarebbe un semestre di straordinaria importanza. Ecco perché annetto un’importanza speciale al lavoro comune che spero si incardini tra il governo Monti e il mio partito, su questo punto decisivo».

La legge elettorale: riuscirete a trovare un accordo? 

«Un accordo si può trovare e vorrei dire che non è lontano. Desidero solo sottolineare una cosa. La riforma della legge elettorale va fatta presto, ma bisogna smettere di parlarne tutti i giorni, come se la politica fosse impegnata solo su questo».


Casini si allea con Bersani dopo il voto: voi a cosa puntate? 

«Guardi, ho toccato con mano cosa significhi la "golden share", l’influenza della Cgil sul Pd. È accaduto più volte, ma soprattutto sul capitolo delle procedure per assumere, la cosiddetta flessibilità in entrata. Quanto pregiudizio anti-impresa, quanti sospetti contro gli imprenditori italiani! I cittadini, l’Europa, i mercati, sarebbero rassicurati da un governo appesantito da questo gravame? Secondo noi, no. Quanto a Casini, come farà il capo di un partito moderato a farsi dettare la linea economica dal Pd e dalla Cgil? Se ci sono riusciti con il governo Monti in alcuni decisivi passaggi, figuriamoci con il Pd al governo. Davvero Casini pensa che l’interesse dei commercianti, degli artigiani, degli agricoltori, degli imprenditori, sia quello di una politica in cui la pressione fiscale resti altissima, in cui la linea sul lavoro la dia la Camusso, e così via? Come fa a non vedere che non sarebbe serio prima fare una corsa solitaria e poi, subito dopo, porsi in una posizione gregaria rispetto a quella della sinistra?».


Sosterreste un governo Monti anche dopo il voto? 

«Noi corriamo per vincere e governare. Poi, mi permetta di dire, proprio perché ho una stima vera del presidente Monti, che il peggior servizio che gli si possa rendere è tirarlo per la giacca da tutte le parti».

Pensa che per la situazione attuale dell’Italia la grande coalizione che tanto è servita alla Germania sia una prospettiva auspicabile? 

«Le ripeto: con la sinistra c’è anche un problema culturale, un pregiudizio anti-impresa che non si riesce a sradicare. È sgradevole la rappresentazione caricaturale, distorta e perversa dell’imprenditore, descritto da qualcuno come un folle ossessionato dal desiderio di licenziare. Non è così. Oggi datore di lavoro e lavoratore sono sulla stessa barca, lottano insieme, sono interessati gli uni e gli altri alla crescita dell’economia e al buon andamento dell’azienda: riproporre vecchie ricette di "conflitto di classe" significa avere ancora la testa nel Novecento e i piedi nell’Ottocento. In passato, si diceva che il sindacato fungeva da cinghia di trasmissione del vecchio Pci, ora sembra che sia il Pd a fungere da cinghia di trasmissione della Cgil. Si pensi all’arretramento iniziale sulla riforma del lavoro, che generò i commenti negativi del Financial Times , del Wall Street Journal , e così via».

Si è mai sentito un segretario sotto tutela? 

«Mi sento un segretario tutelato dal fatto di provare a fare il mio lavoro al meglio della mia coscienza e con un impegno personale e politico del quale sono fiero. Sono sicuro che, tra qualche anno, potrò dire di avere fatto tutto il possibile per rilanciare un centrodestra moderno, contribuendo a un nuovo successo di Silvio Berlusconi».

 

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